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Alezio, Santa Maria della Lizza

Alezio, la chiesa di Santa Maria della Lizza

di Damiana Patrimia

La romanica chiesa di S. Maria della Lizza, o dell’Alizza,

si cominciò a costruire nel 1268 e fu inaugurata circa

cinquant’anni dopo. Sorta nell’area di un tempio più antico

di rito greco, con i criteri dell’arte normanna venne rifatta e

come la precedente costruzione si innalzava nella parte più

elevata di Alezio, a circa 75 metri sul livello del mare, da cui

dominava il paesaggio circostante.

Nell’età di mezzo il paese fece parte del territorio di Gallipoli,

era quindi una frazione, a cui poi venne dato il nome di

Villapicciotti poiché il proprietario di alcuni terreni, nel

1715, tal Francesco Alemanno, soprannominato “Picciotto”,

concedeva in enfiteusi il suo podere “sotto l’Alizza” per

ampliare con nuove costruzioni il villaggio che all’epoca

contava circa 200 abitanti.

Divenuto nel tempo ormai un paese di oltre 2500 anime, le

persone del luogo chiesero ed ottennero dal re Ferdinando II

di Borbone l’indipendenza da Gallipoli che fu concessa il 30

gennaio 1854, dando al sito l’attuale nome di Alezio, poi l’1

luglio 1873 con il consenso di Vittorio Emanuele II, re d’Italia.

Certo è che nell’XI secolo il tempio basiliano su cui sarebbe

sorta la nostra chiesa per circa un anno, dal 1268 al 1269

divenne cattedrale, intitolata a S. Maria della Cruciata, della

diocesi di Gallipoli, essendo la città bella, fedele alla casa

normanno-sveva, assediata e devastata dall’esercito di Carlo

I d’Angiò.

La chiesa della Madonna della Lizza, monumento nazionale

e Santuario dal 1950, nel corso dei secoli ha subito molti

rimaneggiamenti. La sua facciata è alquanto insolita poiché è

preceduta da un vestibolo rettangolare del XIV secolo, voluto

da Carlo I d’Angiò. La struttura, alquanto elevata, la ritennero

una sorta di torre idonea per scrutare i pericoli provenienti

soprattutto dal mare, distante in linea d’aria pochi chilometri.

Tale vestibolo, è aperto davanti da un’alta arcata leggermente

ogivale e sui fianchi da arcate minori, e si conclude con un

coronamento perimetrale di arcatelle. Possiede una volta

costolonata con capitelli zoomorfi. “La grande porta d’ingresso

– scrisse Cosimo De Giorgi – ha un arco svelto, rialzato, a

sesto acuto e contornato da un coronamento elegante. Un’altra

porta, più bassa della precedente, si vede nella parete rivolta

a tramontana; l’arco è a sesto acuto ed ha un fregio a zig-zag

graziosissimo. La cimasa dell’edificio è poi contornata da una

cornice di archetti trilobi che riposano su mensolette e termina

in alto con una fascia ondulata.

La facciata della chiesa corrisponde allo stile del vestibolo

nella sola parte inferiore, cioè nella porta d’ingresso. La

finestra soprastante è barocca e ci rivela le innovazioni e le

deturpazioni subìte da questa chiesa verso la fine del XVI

secolo da Mons. Alfonso Errera, e nei primi del XVII da

Mons. Capece. L’architettura del portico è dei primi del secolo

XIV; di questo secolo sono pure i pochi frammenti di pitture

a fresco sulla parete del vestibolo, di contro alla porta piccola

dello stesso. Quello della lunetta sulla porta della chiesa è del

secolo XVII. Bellissima è la volta del vestibolo con nervature

rilevate che hanno origine dagli spigoli interni della torre e

riposano sul corpo di aquile, eccetto una che sovrasta ad una

figurina umana scolpita a mezzo busto nello spigolo rivolto a

nord-ovest.

Dell’interno della chiesa non diremo nulla perché di stile

barocco. Ogni vescovo ha aggiunto qualcosa di suo dalla

fine del 1500 fino al 1871, nel quale anno la Commissione

conservatrice dei patrii monumenti permise l’ampliamento

della nave sinistra della chiesa, trattandosi di modificare ciò

che era stato già sciupato o rinnovato da troppi zelanti pastori

nei secoli precedenti. Citeremo soltanto, a titolo di onore,

monsignor Danisi, il quale trasportò il quadro dell’Assunta

dipinto dal Cav. Malinconico nel 1806 e fece rimettere in

luogo più appariscente l’antica immagine greca della Vergine

dell’Alizza, dipinta a fresco, che si venerava nel vecchio

altare

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